Blog   |   08/02/2019

Il nebbiolo: la storia, le varietà e i cloni

È la varietà regina del Piemonte, ma la cosa che più affascina consumatori, critici e produttori è la sua capacità di esser così timida e così esplosiva, così sensibile e così comprensiva.

Il Nebbiolo è un vitigno medievale, già citato nel 1272, anno in cui Edoardo I, Re d’Inghilterra e duca d’Aquitania, lo riceve in regalo (provenienza tra Rivoli ed Alba). Poi apprezzato nel 1575 (T. Berruti) da Carlo V durante una visita in Italia. Uva complessa che sulle punte dei piedi arriva ad esser studiata dagli ampelografi Fantini, Rovasenda e Croce, gioielliere di Casa Savoia, e non si può non citare l’importazione del Gatina (Gattinara) nel 1806 per mano del Presidente Thomas Jefferson. Per poi arrivare al 1835 con Carlo Alberto e la sua tenuta a Pollenzo dove saranno gli impulsi del Generale Staglieno, dell’enologo Oudart al Castello di Neive, e di Camillo Benso Conte di Cavour, a far nascere il Barolo come lo conosciamo oggi: un mito, un vino importante, evidentemente destinato a diventare grande nella storia. Antica, come abbiamo visto, ma recente dal punto di vista della conoscenza genetica, iniziata abbastanza recentemente grazie agli studi pubblicati da nature.com. E se degustando a tutti è capitato di restare sbalorditi dalla differenza, dal gusto seduttivo di questo vino, non può stupire troppo la scoperta dell’esistenza di varietà diverse dal Nebbiolo di Langa, ma sempre così chiamate: come quello di Dronero (Neiret della zona del Pinerolo, lo Chatus), o i vari Aisone, Stroppo, Gabardin, Scalatin, la Croatina (del Nord Piemonte) o addirittura quello sardo (in realtà Dolcetto).

A causa della variabilità fenotipica (riscontrabile già nell’aspetto visivo della pianta), quest’uva prende infatti nomi diversi o sinonimi, e la si trova in molte zone del nord Italia citate già nell’800. Ed ecco il Picoltener e il Prunent in Valle d’Aosta, la Spanna, la Chiavennasca (Valtellina), la Melasca (nella zona del Biellese) e la Martesana (Brianza). Per un totale di 98 cloni raggruppati in sette genotipi secondo le analisi SNV (Gambino et al., 2017). Nell’area delle Langhe abitano quelle che tutti conosciamo: Lampia, Michet, Rosé e Bolla, quest’ultima già citata da Ratti, che insieme alla Rossi erano tra le più presenti nella zona di La Morra, ma poi entrambe escluse dal disciplinare – perché troppo produttive – in favore delle altre. E dunque se da una parte abbiamo la variabilità interna al micromondo del vitigno, e secondaria a mutazioni del dna, dall’altra c’è quella tra i vitigni differenti. Nella Granda ci interessa la prima; e quindi focus su Michet e Lampia. Ma è con la sottovarietà Rosé che l’approccio diventa molto più interessante, perché gli studi dimostrano che in realtà si tratta di una varietà diversa dal Nebbiolo, nata da una pianta diversa, chiamata Chiavennaschino in Valtellina, che si presenta con ali corte, bacche più grandi e buccia più viola che blu. La foglia è più grande, l’uva è mediamente più vigorosa e meno sensibile alla siccità, e madre di un vino meno intenso nel colore, precoce nella maturazione, intensissimo nei profumi, tra cui spiccano più di tutti i floreali, e di avvertibile alcolicità, pur in un corpo snello e più aperto già in gioventù. E le superfici vitate? Analizzandole si scoprono gli 850 ettari in Valtellina, i 45 ad Aosta, i 52 in Sardegna (ma come detto si tratta di Dolcetto) e ben 4500 in Piemonte. Dunque 5500 ettari totali di cui il 75% in Piemonte. Mentre fuori dai confini nazionali si trovano 180 ettari in Messico, 100 in Australia, 70 in USA, 25 in Uruguay, 10 in Chile e 115 in altre aree per un totale di 550 ettari (Dati ISTAT, 2010; Robinson et al., 2014; Anderson and Aryal, 2013). Un primato assoluto, quello piemontese, che dev’essere motivo primario all’aumento della tutela, così come al proseguimento della ricerca. Tutto in favore dei produttori e dei consumatori. Passando per lavori encomiabili, come quello svolto dalla Dott.ssa Anna Schneider (agronomo e specialista in Viticoltura ed Enologia, dal 1982 ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) in un primo tempo presso il Centro Miglioramento Genetico della Vite di Torino, divenuto poi Unità dell’Istituto di Virologia Vegetale e oggi Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante di Torino, fonte principale e preziosa delle informazioni qui riportate.

Per ulteriori informazioni ed approfondimenti si può consultare il sito:
www.nature.com/articles/s41598-017-17405-y

 

Erika Mantovan

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