Trecento milioni in meno rispetto al 2024: non un crollo, ma una brusca frenata dopo anni di record. Il saldo commerciale con l’estero scende quindi del 4,3%, a 7,2 miliardi di euro — e pur restando nella top 5 del Made in Italy per bilancia commerciale, il dato non è certo entusiasmante.
La responsabilità — se vogliamo chiamarla così — è quasi tutta americana. L’export di vino italiano sul mercato USA ha perso il 13,2%, scivolando a 1,8 miliardi di euro, mentre l’Italia resta il primo fornitore in volume, stabili rispetto al 2024 (352,9 milioni di litri, -0,2%). I dazi introdotti da Washington nel 2025 e la svalutazione del dollaro che ne è seguita hanno colpito duro, soprattutto nel secondo semestre.
Il resto del mondo extra-UE non ha fatto meglio: UK a -3,9%, Canada a -5,8%, Svizzera a -4,2%, Russia a -16% in valore. I mercati terzi hanno chiuso complessivamente a -6,4% (-11,6% nel solo secondo semestre), per un totale di 4,6 miliardi di euro.
E l’Europa? L’Europa ha tenuto. Non trionfato — i mercati UE hanno chiuso con un +0,5%, a quasi 3,2 miliardi di euro — ma in un anno del genere anche uno 0,5% suona come una piccola vittoria. “L’Europa ha calmierato la perdita”, ha detto Lamberto Frescobaldi, presidente UIV. E non è retorica: è la fotografia di dove il vino italiano regge davvero.
Panoramica export UE: una storia di contrasti
Dentro i confini dell’Unione Europea le storie si moltiplicano — e non tutte vanno nella stessa direzione. La Germania, con 1,1 miliardi di euro, regge (+0,6%). Non stupisce: è da decenni il principale mercato europeo per il vino italiano, e il suo rapporto con i nostri bianchi, le bollicine e i rossi strutturati è troppo sedimentato per cedere a una turbolenza, pur tenendo presente che si tratta di un mercato dove il prezzo comanda e la GDO fa la parte da leone.
La Francia cresce. Il +3,6% transalpino — con un valore attorno ai 291 milioni di euro a novembre 2025 — è trainato in buona parte da un amore ormai dichiarato per il Prosecco. I francesi, che di vino se ne intendono, stanno comprando sempre più bollicine italiane. Per i produttori piemontesi, questo dato rappresenta un interessante “cavallo di Troia”. Il Piemonte non può e non deve fare i volumi del Prosecco, ma può sfruttare la breccia aperta nel muro del nazionalismo enologico francese per piazzare i propri vini di punta: l’Alta Langa per chi cerca bollicine di prestigio, i grandi bianchi per la ristorazione e i grandi rossi per i collezionisti e gli amanti dei fine wines.
E poi ci sono i Paesi Bassi: +5,6% nel 2025, la crescita più netta tra i grandi mercati UE. Un dato che va letto — come si vedrà — tenendo conto della doppia natura di questo Paese: consumatore diretto sì, ma anche e soprattutto piattaforma logistica di riesportazione per tutta Europa e oltre.
Il Belgio racconta una storia più complicata. A novembre 2025 le importazioni di vino italiano risultavano a 203,6 milioni di euro, -5,1% rispetto all’anno precedente (Istat, febbraio 2026). Sul dato annuale complessivo 2025 relativo all’import di vino, i dati doganali belgi dipingono un mercato che vale 1,171 miliardi di euro in totale — -0,3% in valore ma +8,8% in volume. Traduzione: si consuma più vino ma si spende meno a bottiglia. Il mercato si è spostato verso il basso.
Focus Belgio e Paesi Bassi
Facendo seguito all’overview sullo stato di salute dei principali mercati export europei, ci focalizziamo su due Paesi in particolare, interessanti sia per l’export sia per l’enoturismo. Belgio e Paesi Bassi rappresentano infatti due snodi logistici cruciali per l’Europa, ma offrono scenari di consumo opposti. Mentre il mercato belga vede crescere i volumi a discapito del valore, i Paesi Bassi premiano la qualità e le narrazioni identitarie registrando ottime performance. In questo contesto sfaccettato, i grandi rossi DOP piemontesi mantengono una solida crescita in netta controtendenza rispetto al dato nazionale. Al contempo, il calo dell’Asti Spumante in questi territori impone alla regione di calibrare nuove strategie per intercettare le abitudini di consumo emergenti
Belgio: un mercato che compra di più ma paga meno
Il Belgio è un Paese con una cultura del consumo di vino radicata, vicino alla Francia, influenzato dai ritmi logistici di Rotterdam, attraversato da una classe media che ama il vino ma sta stringendo i cordoni della borsa. La Francia domina come fornitore. Poi c’è l’Italia — seconda, storicamente — seguita dai Paesi Bassi, che però non producono nulla: quel vino arriva dall’estero, viene stoccato, lavorato e rispedito. È il meccanismo del re-export a cui abbiamo già accennato.
Per il vino italiano, il 2024 era già stato un anno in salita: calo del 14% a valore a circa 107 milioni di euro. Da leggere, però, dopo tre anni eccezionali (2021-2023) che avevano gonfiato la base di confronto. Il problema vero è un altro: l’Italia in Belgio non vende abbastanza spumante. La Spagna ci surclassa: 54 milioni di euro contro i nostri 30 milioni e in un Paese dove la cultura dell’aperitivo cresce di anno in anno, questo è un handicap che pesa.
Nel 2025 il quadro si è fatto ancora più nitido: volumi su dell’8,8%, valore giù dello 0,3%: il segnale classico di una fascia di mercato in scivolata verso il basso — meno premium, più standard o entry-level. Il consumatore belga compra di più ma paga meno per ciascuna bottiglia. Non è una buona notizia per chi lavora sul valore.
C’è però una dinamica strutturale da non ignorare. Il Belgio è oggi il 12° esportatore mondiale di vino in valore — pur producendone pochissimo, appena 2 milioni di litri. Riesporta circa 91 milioni di litri per 359 milioni di euro con una netta prevalenza di vini fermi (72%) e spumanti (21,8%). La Brexit ha accelerato enormemente questo ruolo di hub logistico: Champagne e Prosecco viaggiano attraverso Bruxelles verso il Regno Unito — il che significa che capire i flussi del Belgio è capire anche dove finisce una parte significativa del vino italiano nel Nord Europa.
Chi consuma vino in Belgio, e cosa vuole? Gli over 55 rappresentano quasi il 50% dei consumatori abituali di vino in Belgio — una delle percentuali più alte d’Europa. I giovani ci sono, ma bevono meno frequentemente e in modo diverso: cercano occasioni, esperienze, prodotti che raccontino qualcosa. Lo spumante nelle occasioni pre-cena ha guadagnato terreno, l’aperitivo è diventato un rito — e l’ascesa dello Spritz ha trascinato con sé l’interesse per le bollicine italiane.
A questo quadro va sovrapposta una distinzione interna al Paese che chi esporta vino italiano non può permettersi di ignorare. Il Belgio non è un mercato monolitico: la componente francofona — Bruxelles sud e la Vallonia — guarda naturalmente alla Francia come riferimento culturale ed enologico, e il vino italiano vi compete su un terreno spesso segnato dalla pressione sul prezzo. Le Fiandre raccontano una storia diversa. L’area fiamminga esprime una domanda più orientata alla scoperta, con operatori e wine lover che cercano vini di territorio con una storia da raccontare e che riconoscono al prodotto una dimensione narrativa oltre che organolettica. Per il Piemonte — con le sue denominazioni storiche, la sua identità varietale forte, il suo legame indissolubile tra paesaggio e bicchiere — le Fiandre rappresentano un terreno strutturalmente fertile, dove il posizionamento premium trova interlocutori preparati e disponibili a valorizzarlo.
Guardando all’intero mercato belga — non solo al flusso italiano — i dati doganali analizzati dall’organizzazione OIVE mostrano 1,171 miliardi di euro in totale a fine 2025: -0,3% in valore ma +8,8% in volume. Si beve di più, si spende di meno a bottiglia. Il mercato scivola verso il basso. È una pressione che colpisce tutti i fornitori, compreso il Piemonte.
Per quanto riguarda la componente spumantistica — che per il Piemonte significa principalmente Asti — il quadro è particolarmente severo. Le esportazioni di spumanti italiani in Belgio nel 2025 hanno perso il 10%, attestandosi a 73 milioni di euro. Non è un dato disaggregato per regione di provenienza, ma l’incidenza dell’Asti nel segmento spumanti verso il Belgio è storicamente significativa — e il calo dell’11,2% nei volumi dell’Asti a livello nazionale si riflette quasi certamente su questo mercato.
C’è tuttavia una prospettiva di lungo periodo che merita attenzione. Nel periodo 2019-2025, le vendite di spumanti italiani in Belgio e Paesi Bassi hanno registrato una crescita complessiva di circa il +60% (aprile 2026). Un arco temporale che comprende due anni di Covid, un’impennata post-pandemia e ora una frenata — ma che nel suo insieme racconta di un mercato che ha imparato a consumare bollicine italiane con frequenza e abitudine crescenti.
Per i rossi piemontesi di fascia premium — Barolo, Barbaresco, Barbera d’Asti di qualità — il Belgio mantiene una domanda stabile nei canali Horeca di fascia alta e nelle enoteche specializzate. Non è un mercato di massa per questi vini: è un mercato di presidio. I buyer belgi che trattano denominazioni piemontesi lo fanno con consapevolezza e continuità — ma in numeri assoluti si tratta di volumi contenuti, in un segmento che resiste alle turbolenze proprio perché non è mai stato esposto alle logiche del volume.
Paesi Bassi: la performance migliore tra i grandi mercati UE
Rotterdam è il porto più grande d’Europa. Non è un dettaglio: è la premessa di tutto. Quando si parla di vino italiano nei Paesi Bassi bisogna tenere a mente che una parte consistente di quello che entra nei dati come “export verso l’Olanda” non rimane lì. Viene redistribuito.
L’OIV lo ha certificato in un approfondimento dedicato, identificando i Paesi Bassi tra i principali hub mondiali di riesportazione vinicola, accanto a Singapore, Hong Kong, Canada e Regno Unito. Un sistema che muove oltre 4,5 miliardi di euro e 14 milioni di ettolitri ogni anno. Non logistica soltanto: leva strategica.
Detto questo, i Paesi Bassi rappresentano uno dei pochi mercati in fase di progressione. L’export italiano ha chiuso il 2025 a +5,6% — la performance migliore tra i grandi mercati UE. Una crescita che non è nuova: negli ultimi dieci anni, il peso degli importatori olandesi di vino italiano è triplicato.
Il consumatore olandese ha profilo diverso dal belga. Più giovane mediamente, più aperto alla sperimentazione, più sensibile alle narrazioni di prodotto. La domanda di biologico, naturale e low alcohol è particolarmente vivace — e chi arriva con un’etichetta che racconta territorio, pratiche sostenibili e scelte identitarie trova spesso un interlocutore pronto ad ascoltare.
Dati alla mano, i Paesi Bassi sono stati nel 2025 la migliore notizia europea per il vino italiano. +5,6% in valore sull’anno precedente: la crescita più netta tra i grandi mercati UE, in un anno in cui quasi tutto il resto arretrava (UIV-Istat, marzo 2026). Il mercato interno olandese esiste ed è in crescita reale. Per il Piemonte, i Paesi Bassi rappresentano uno sbocco interessante soprattutto per i vini rossi di denominazione e per gli spumanti di qualità. Il consumatore olandese — più giovane mediamente rispetto a quello belga, più orientato alla sperimentazione — è ricettivo verso vini che portano con sé un racconto: territorio, vitigno autoctono, storia di famiglia. Barolo e Barbaresco hanno qui un bacino di appassionati consolidato, anche se numericamente limitato.
Il primo bimestre del 2026 ha però interrotto la corsa. I Paesi Bassi segnano -8,6% a 34,27 milioni di euro nel bimestre gennaio-febbraio 2026 (Istat, maggio 2026) — in linea con il calo generale dell’export italiano in quel periodo (-13,3%).
Il Piemonte nel Benelux: Barolo, Barbaresco e Barbera cercano il loro spazio
Il Piemonte rappresenta la terza regione italiana per export vinicolo: 1,15 miliardi di euro nel 2025, -2,2% sul 2024, con una quota del 14,6% sull’export nazionale. Veneto e Toscana la precedono — ma il confronto va fatto con le dovute proporzioni. Il Veneto esporta più del doppio in valore, ma lo fa su volumi enormemente più alti. Il Piemonte vende poco in bottiglia e molto in valore per bottiglia: Barolo, Barbaresco, Gavi, Barbera d’Asti, Alta Langa. Denominazioni costruite su decenni di reputazione che si traducono in prezzi medi per litro tra i più alti dell’intero comparto italiano.
La struttura geografica dell’export piemontese è radicata nell’Unione Europea. Il 70% delle bottiglie piemontesi che attraversano le Alpi finisce in un mercato UE, il restante 30% nei Paesi terzi (dato tendenziale su base 2024). Una distribuzione che nel 2025 si è rivelata un vantaggio strutturale: mentre i mercati extra-UE — Stati Uniti su tutti — affondavano sotto i dazi, il presidio europeo ha tenuto.
Il calo del -2,2% nasconde però dinamiche opposte tra le sue componenti. I rossi DOP piemontesi nei primi otto mesi del 2025 hanno segnato +3,8% a valore e +3,2% a volume — controtendenza netta rispetto alla media italiana sui fermi, che perdevano il 4,3%. Barolo, Barbaresco, Langhe Nebbiolo — il nocciolo duro dell’export piemontese — ha retto meglio di quanto i numeri complessivi non lascino intuire. Il momento è particolarmente complesso per l’Asti Spumante che ha segnato nei primi undici mesi del 2025 un -11,2% in volume e un -8,2% in valore, attestandosi a 141 milioni di euro.
Nel quadro generale, la Germania resta il primo mercato UE per il vino piemontese, ma segnala una flessione moderata — in linea con il -9% registrato sugli spumanti italiani e con il raffreddamento generale del mercato tedesco, che resta comunque su 1,1 miliardi per l’Italia nel suo complesso (+0,6%). Francia e Svezia si confermano mercati in crescita per i rossi piemontesi: la prima trainata dall’interesse per le grandi denominazioni e per l’effetto Nebbiolo, la seconda storicamente orientata verso vini di carattere e denominazioni di territorio (dato 2024).
Rossi, bianchi, bollicine, fine wines: chi sale e chi scende
Nel 2025 gli spumanti hanno limitato il calo al -2,5% a 2,3 miliardi di euro; i vini fermi e frizzanti hanno perso il 4,3% per 5 miliardi di euro. Non è una grande differenza in apparenza, ma è strutturale: gli spumanti tengono perché intercettano il momento dell’aperitivo, il rito sociale, la bottiglia da condividere. I fermi faticano perché l’occasione del pasto — il contesto tradizionale del vino — si sta contraendo.
Per quanto riguarda i rossi fermi negli USA, nel secondo semestre 2025, il calo ha sfiorato il 28% in bottiglia. In Europa il quadro è meno drammatico, ma la tendenza è chiara: le occasioni di consumo formale si rarefanno, e i rossi strutturati — quelli che chiedono tempo, pazienza, abbinamenti precisi — perdono pubblico tra le generazioni più giovani. Il segmento premium regge, mentre il mass market arranca.
Gli spumanti nonostante il rallentamento restano la categoria con il maggiore potenziale. In Belgio lo spumante scala le occasioni di consumo: dall’aperitivo al relax serale. La sfida italiana però è concreta — la Spagna vende più spumante degli italiani in Belgio. Il Cava ha un prezzo più accessibile e una distribuzione più capillare: recuperare quel terreno richiede investimenti in presenza locale, non solo qualità produttiva.
I bianchi crescono trasversalmente. Il Pinot Grigio resta il cavallo da tiro, ma il vero movimento è più in profondità: i vini autoctoni iniziano a trovare orecchie attente nei mercati di Paesi Bassi e Belgio. Identità, territorio, biodiversità: parole che funzionano in entrambe le lingue e che possono trovare un valido riscontro anche tra i grandi bianchi del Piemonte.
I vini pregiati di alta gamma resistono, come sempre nelle fasi di incertezza. Il collezionismo, il fine wine, le etichette da investimento hanno una loro inerzia che li isola parzialmente dalle turbolenze dei mercati di massa. Nel Benelux, Barolo e Barbaresco mantengono il loro spazio nelle enoteche di fascia alta e nell’Horeca premium. Ma anche qui il prezzo medio unitario tende a stabilizzarsi: la domanda c’è, ma non cresce come un anno fa.
Punti chiave:
- Frenata globale ma l’Europa regge: Nel 2025 l’export vinicolo italiano scende a 7,78 miliardi di euro (-3,7%) a causa del crollo del mercato USA (-13,2%), mentre i mercati UE tengono l’urto segnando un fondamentale +0,5%.
- Il Piemonte si salva con i rossi DOP: Nonostante un calo regionale complessivo del 2,2% nel 2025, i grandi rossi piemontesi (Barolo, Barbaresco, Nebbiolo) crescono del 3,8% in valore nei primi otto mesi dell’anno.
- Crisi strutturale per l’Asti Spumante: Le bollicine piemontesi soffrono pesantemente la perdita del mercato russo e le flessioni in Germania e nell’Est Europa, chiudendo i primi undici mesi del 2025 a -8,2% in valore.
- Paesi Bassi hub strategico e dinamico: Rappresentano la migliore performance UE nel 2025 (+5,6% in valore), trainati da consumatori giovani, aperti alla sostenibilità e dall’efficienza di Rotterdam come piattaforma di riesportazione.
- Belgio tra volumi e polarizzazione: Il mercato belga cresce in volume (+8,8%) ma cala in valore, spostandosi verso fasce più economiche. Le Fiandre rimangono l’area più ricettiva e fertile per i vini piemontesi premium.
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