Esportare il vino italiano in Giappone: intervista a Isao Miyajima

Il giornalista, fra i massimi esperti di vino in Giappone, è intervenuto al seminario di Banca d’Alba e I Vini del Piemonte.

Giovedì 27 novembre 2014 Banca d’Alba  e il Consorzio I Vini del Piemonte hanno organizzato un seminario rivolto alle piccole e medie imprese del settore vitivinicolo piemontese interessate ad approfondire la conoscenza del mercato giapponese. All’incontro è intervenuto Isao Miyajima, giornalista considerato fra i massimi esperti di vino nel Paese del Sol Levante, a cui abbiamo fatto qualche domanda.

Come descriveresti il mercato del vino in Giappone?

«Oltre ad essere il quarto importatore di vino al mondo in termini di valore, il Giappone è un Paese molto elitario: non è difficile trovare vini rari e decisamente costosi. Detto questo, non bisogna pensare che sia il prezzo a fare la differenza: per  noi è fondamentale che il vino abbia una storia e rappresenti un territorio e le sue tipicità e in questo i vini italiani sono certamente avvantaggiati rispetto, ad esempio, a quelli australiani! »

Come vengono percepiti i vini italiani dai consumatori nipponici?

«L’Italia è in assoluto il Paese più amato dai giapponesi: c’è una grande passione per tutto ciò che è italiano, la moda, le auto e naturalmente il vino e la cucina».

E per quanto riguarda il Piemonte?

«La vostra è una regione ancora poco conosciuta: le Olimpiadi invernali di Torino 2006 hanno contribuito enormemente alla conoscenza del Piemonte, anche perché il Giappone vinse l’oro nel pattinaggio, ma c’è ancora molto da fare. Il riconoscimento dell’Unesco va nella direzione giusta perché, come spiegavo prima, quel che conta di più e che i prodotti abbiamo una cultura alle spalle, una storia da raccontare».

 Qual è il segreto per avere successo in Giappone?

«La nostra cultura e la nostra tradizione non contemplano la fretta, il risultato che si ottiene presto e facilmente. Per avere successo in Giappone bisogna avere pazienza e agire con continuità, mettendo in conto che prima di raccogliere occorre seminare e aspettare: non basta una toccata e fuga, l’ideale è pianificare progetti di almeno tre anni. Un altro aspetto molto importante è la cura dei particolari, fondamentale se si vuole presentare al meglio il proprio lavoro e i propri prodotti».

Isao, raccontaci come è nata la tua passione per il vino e come si è trasformata in professione.

La mia passione per il vino (e per la cucina) è nata qui in Italia. Ho vissuto a Roma dall’83 all’89, dov’ero corrispondente di un giornale giapponese, e ogni giovedì mi ritrovavo con alcuni amici presso un’enoteca in zona piazza di Spagna: in quegli anni stavano nascendo Slow Food e il Gambero Rosso, l’interesse per i temi legati all’enogastronomia iniziava a prendere piede e anch’io, avendo la fortuna di essere immerso in questo ambiente, ho iniziato ad apprezzare il vino a la cucina italiani. Quando sono tornato in Giappone mi sono reso conto che la cultura del vino era poco diffusa e quindi ho iniziato a scrivere di vino, proprio con l’intento di diffondere la conoscenza di questo mondo di cui mi ero innamorato. La mia formazione è avvenuta grazie ai numerosi viaggi e soggiorni in Italia e in Europa e ancora oggi trascorro almeno una settimana al mese nel vostro Paese».

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